Artigianato:
I Sabot
Il mestiere del sabotier si è trasmesso da sempre di padre in figlio, attraversando i secoli e le generazioni. Non si trattava di una semplice forma folcloristica di artigianato locale: ben presto le foreste della valle si rivelarono insufficienti per i sabotier, tanto che molti di loro si trasferirono altrove per creare nuovi atelier. Il commercio di questo prodotto divenne vitale per l’economia della zona, nei secoli passati. I sabot si diffusero ampiamente nella grande piana piemontese, la cui domanda alla fine del XIX secolo era talmente grande da far sì che ogni altro mestiere (gantiers, scieurs de long) lasciasse il posto all’industria degli zoccoli di legno. Tutti gli artigiani che in Valle d’Aosta e del Piemonte provenivano da Ayas, che all’inizio del ‘900 aveva ben 250 sabotiers: un contributo notevole, se si tiene presente che questa piccola valle non ha mai ospitato una popolazione particolarmente numerosa, anzi. Questo dato è storicamente accurato, grazie alle cronache dell’abate Lale- Démoz che fu vicario di Ayas dal 1914 al 1919: egli infatti parlava di circa 250 artigiani impegnati contemporaneamente a lavorare nell’industria dei sabot, specificando però che solo uno su dieci –i migliori, cioè- potevano trovare effettivamente lavoro nella loro bella valle natia. Gli altri erano costretti ad emigrare in Piemonte. La produzione dei sabot non era però riducibile ad un mero fattore economico: si inseriva infatti in un affascinante contesto di tradizioni ed industria domestica che risaliva alla notte dei tempi, un contesto che era lo specchio sincero del modello sociale della cultura alpina e rurale dell’epoca. Il singolo artigiano non frequentava corsi o scuole, non svolgeva l’apprendistato nell’atelier più importante del paese, non viaggiava per imparare il mestiere che l’avrebbe nutrito per la vita: tutto –la conoscenza, i metodi di lavoro e perfino gli attrezzi- gli era fornito dalla famiglia e nella famiglia.
Come molte nobili ed antiche tradizioni che sono state spazzate via dalla modernità e dal cosiddetto progresso, questa attività cominciò a conoscere la crisi quando il sistema agricolo piemontese sviluppò tecnologie più avanzate. Bisogna aggiungere che per fortuna presto intervennero anche le migliori condizioni di vita dei Valdostani in questo rapido processo di abbandono dell’industria artigianale: ad ogni modo, presto il ciclo che si tramandava da secoli si interruppe e l’antica tradizione sabotiera svanì.
Un po’ di storia
Come premesso, il mistero o meglio, l’oblio avvolge la vera data di nascita del primo paio di sabot. Si tratta comunque di una storia che ha radici molto remote. I dati certi riguardano piuttosto le aree geografiche: queste calzature caratteristiche di Ayas venivano realizzate anche in Belgio ed Olanda, nella zona dello Jura, lungo i Pirenei e più generalmente nella Francia settentrionale. Naturalmente la struttura e la conformazione dei prodotti erano differenti, ma non certo la tecnica alle loro spalle: perfino la celebre Encyclopédie di Diderot illustra strumenti praticamente identici a quelli che ancora oggi possiamo vedere nelle mani dei pochi artigiani ayassini. La ragion d’essere del sabot è rimasta altrettanto invariata attraverso il tempo e lo spazio: proteggere il piede e tenerlo caldo, lasciando all’esterno acqua, fango e pantani. In Val d’Ayas, anticamente, tutti calzavano i sabot: non certo per futili mode, bensì per necessità e convenienza. Inoltre, pochissimi erano i fortunati possessori di souliers, che si utilizzavano solo in occasioni veramente importanti come lo djoéi, vale a dire il periodo in cui le ragazze facevano la lista nozze, e naturalmente nel giorno del matrimonio. Anche i bambini ed i ragazzini avevano i loro sabot, provvidenzialmente legati alle gambe per non smarrirli nei boschi e nei campi; lievemente diversi erano quelli delle donne, ben decorati e con un tacco più alto, decisamente più fini. Secondo la tradizione, dopo la festività di Ognissanti –mentre il gelo spazzava la valle- gli uomini cominciavano la lunga e laboriosa fabbricazione dei sabot. Si usava lavorare in due, praticando cioè il Travài Dévésà, chi alla parte interna chi all’esterna. Gli artigiani potevano anche andare direttamente dai clienti per prendere le misure: queste venivano stabilite in modo approssimativo, affidandosi all’esperienza dell’artigiano, che distingueva tra grôsse, mèdzane e bachtardine.
In caso di bisogno, due artigiani potevano realizzare ben dodici paia di sabot al giorno; in certi casi, però, arrivavano addirittura a quattordici o quindici paia. In quanto al prezzo, nel 1894 si compravano dodici paia di misura grôsse con 8,5 / 9 Lire ed una dozzina di paia medie (mèdzane) con 6 / 6,5 Lire, rispettivamente 48000 e 34000 Lire dei tempi precedenti l’euro. Gli appositi strumenti erano realizzati in una tempra speciale dal forgeron Favre Blaise di Periasc, aiutato da un certo Lettry di Pilaz: questi due personaggi migliorarono la qualità degli strumenti. La maggiore fonte di materiale per i sabotiers erano, naturalmente, le foreste che ricoprivano la Valle d'Aosta gli artigiani preferivano il pino cembro, e quando da una singola sezione di tronco (Bûche) si potevano ricavare due sabot o più, ecco che il loro lavoro diventava particolarmente ricercato. Naturalmente anche il prezzo lievitava, per cui non c’è da stupirsi se i sabotiers erano soliti ricorrere soprattutto alle basi dei tronchi, molto più larghe. All’occorrenza si utilizzava anche il famoso sapin, mentre il pino silvestre poteva provocare dolori al piede. Una volta realizzati, i sabot giungevano in massima parte sui mercati di Vercelli e Novara, zone in cui a partire dalla seconda metà del secolo scorso l’agricoltura era diventata moderna, con il metodo dello sfruttamento intensivo.
Non solo: altri mercati che ospitarono il commercio di questi prodotti valdostani furono Crescentino, Santhià, Trino Vercellese, Desana, Casale Monferrato e Palazzolo Vercellese. Inizialmente la produzione ayassina era sufficiente a fronteggiare la domanda di calzature. Presto però la domanda crebbe a dismisura ed ecco che notevoli flussi migratori portarono gli artigiani e le loro famiglie a stabilirsi nel Canavese e nel Monferrato, innescando importanti processi sociali che avvicinarono sensibilmente la realtà Valdostana a quella piemontese, e viceversa.
La fabbricazione dei sabot
Su un cartchôt, cioè un cavalletto, si taglia il tronco secondo la lunghezza voluta per il sabot. Si ricavano così due grossi pezzi di legno che verranno confrontati per controllare se si assomiglino, per poi passare a sgrossarli approssimativamente con una piolet, vale a dire un’accetta. Successivamente il lavoro si sposta sul banc di tsôque, il banco di lavoro, dove si continua a dare forma alla calzatura: questo passaggio si chiama échapolà. Si passa quindi a lavorare la parte interna, che viene ritenuta la mansione più semplice e pertanto, spesso affidata agli apprendisti, che spesso finiscono comunque con lo sfondare la parte anteriore dei loro primi sabot. Si usa un Travéla, un succhiello con punta a vite cui viene impresso un movimento rotatorio, per scavare l’interno del sabot. Per rifinire l’interno si utilizza invece la cosiddetta lénguetta, uno scalpello a foglia. Avviene quindi la realizzazione del tallone e della punta, mediante il coltello da banco. Per rifinire meglio l’esterno del sabot si usa l’inconfondibile Coutél dè dove man, coltello a due mani, un attrezzo particolarissimo che richiede anche un’apposita protezione, la pétsa, un semplice pezzo di legno legato in vita con una correggia –indispensabile a sua volta, visto che in questa fase il sabot in via di rifinitura si trattiene con le ginocchia. L’ultima fase vede la modellazione degli orli dell’entrata, mediante un coutel dréit, un coltello a lama fissa. Quindi, mediante la créyón di tsôque, un’apposita matita, si numerano i nuovi sabot; resta solo da adoperare il resséón di tsôque, un seghetto, per far passare del filo di ferro nell’orlo dell’entrata, per renderlo più robusto e durevole. In sintesi, ecco realizzato il vostro sabot. Ad ogni modo, si tratta di un prodotto che rappresenta un piccolo pezzo di storia, qualcosa di introvabile altrove. Qualcosa da ammirare, un oggetto che va ben oltre la sua concreta essenza di semplice calzatura di legno.